Trivelle in mare, la Consulta approva il referendum

Legge

«Per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale». Abolire questa frase dalla legge di Stabilità 2016, oppure mantenerla, il quesito referendario sarà tutto qui. La Corte Costituzionale ha così approvato solo il sesto quesito proposto da 9 Consigli regionali. I promotori esultano, la guerra alle trivelle in mare sembra già vinta, eppure il referendum è una strada in salita ricca di ostacoli. «Una faticaccia», così il presidente della Basilicata Marcello Pittella aveva definito l’eventuale campagna referendaria, auspicando un accordo politico preventivo.

Un  referendum che proprio sul piano squisitamente istituzionale è un vero paradosso. Regioni governate dal Partito Democratico non sono state ascoltate dal proprio segretario di partito, Matteo Renzi, presidente del Consiglio e leader della maggioranza parlamentare. Regioni contro Governo e Parlamento. Una spaccatura che dà al referendum un sapore di farsa. Non si è mai visto infatti che un partito di governo si divida al tal punto da chiamare in causa tutti i cittadini per risolvere il problema. Comunque vada, ci saranno degli esponenti del Partito democratico che esulteranno.

Due nodi: il raggiungimento del quorum e l’efficacia della vittoria del sì.

Portare alle urne la maggioranza degli italiani sarà un’impresa titanica. I promotori lo sanno bene e già chiedono che la consultazione si tenga in concomitanza con le elezioni amministrative di giugno, così da risolvere il problema di trascinare gli italiani. Nel caso in cui il governo dovesse decidere di tenere il referendum in una data diversa, magari estiva, allora bisognerà spiegare agli italiani perché valga la pena andare alle urne piuttosto che andare al mare.

Il vero problema infatti è l’efficacia dell’eventuale vittoria del referendum. Perché il referendum non tocca la frase più problematica: «Sono fatti salvi i titoli abilitativi già rilasciati», si legge nella Legge di Stabilità. Il referendum non chiede la sua cancellazione, ma semplicemente vorrebbe garantire che i permessi non durino decenni, ossia fino all’esaurimento del giacimento. Niente vieta però che una legge, nei prossimi anni, possa consentire il rinnovo di quei titoli “già rilasciati e fatti salvi”, e che la successione delle proroghe possa portarci in una situazione di fatto identica alla legge oggi in vigore.

Intanto c’è il crollo del prezzo del petrolio, con il rischio che le imprese titolari delle concessioni non abbiano già interesse ad aprire nuovi giacimenti, ma solo ad assicurarsi le concessioni e le attività di esplorazione per determinare il valore del giacimento.

Si farà tanto rumore per nulla. Questo referendum ricorda tanto l’abolizione del ministero dell’Agricoltura nel 1993, che poi rientrò con il nome di ministero delle Politiche Agricole e Forestali.

 

Alessandro Giuseppe Porcari

@paceinterra_it