Referendum, Renzi medita le dimissioni a sorpresa

Un terremoto nella campagna elettorale. Se il fronte del Sì non dovesse allargare il consenso tra gli indecisi, Renzi potrebbe essere costretto a dare uno choc alla campagna elettorale: le dimissioni a sorpresa. Renzi ha tutto da guadagnare: eviterebbe di trasformare il referendum in un voto contro di lui, prenderebbe il timone del dibattito politico successivo al referendum qualunque sia l’esito del voto, si mostrerebbe nuovamente come “il rottamatore” che è il ruolo che più sa interpretare.

Renzi sarebbe il primo premier nella storia repubblicana a dimettersi pur avendo l’appoggio del Parlamento, senza una sfiducia o una crisi interna alla propria coalizione. Una finta mossa unilaterale che avrebbe effetti devastanti, perché la campagna referendaria di entrambi i fronti ha commesso l’errore di personalizzare lo scontro. Prima Renzi ha promesso di dimettersi in caso di sconfitta, scatenando il fronte del No per un voto che provochi la caduta del suo governo. Poi ha ammesso l’errore e ha detto che sarebbe rimasto a Palazzo Chigi anche con la vittoria del No. Infine è tornato nuovamente a indicare le sue dimissioni come unico passo possibile («non resto a galleggiare»), anche se il suo partito gli chiede di restare. «Non parlo del dopo referendum» è invece l‘ultima posizione ufficiale. In questo modo il Partito Democratico e il suo segretario hanno alimentato una situazione ambigua che non favorisce un clima politico sereno come dovrebbe essere il dibattito sulla Costituzione. Renzi si dimette o resta? Con le dimissioni a sorpresa prima del 4 dicembre Renzi giocherebbe in contropiede, facendo una mossa che nessuno in questo momento si aspetta.

Gli effetti sul risultato referendario sarebbero già chiari nei sondaggi riservati in mano al premier. Un dato è evidente: tanti, forse troppi italiani voteranno senza conoscere le lacune della riforma renziana (leggi qui) e voteranno soltanto contro Renzi. E se il premier dovesse sfilarsi improvvisamente, cosa voterebbero questi elettori? Cadrebbero facilmente nella trappola della riforma renziana: votare Sì per ridurre il numero dei senatori, ignorando tutti gli effetti negativi della riforma. La richiesta di elezioni anticipate porrebbe di fatto una scelta a tutti i cittadini: alle prossime elezioni quanti senatori volete votare: 315 o nessuno?

Renzi può riaprire la partita, soprattutto se dovesse dimettersi pochi giorni prima del referendum, in modo da sfruttare il più possibile i soldi pubblici per girare l’Italia come Presidente del Consiglio (a Matera ad esempio è andato in elicottero per fare propaganda per il Sì, per poi ripartire subito verso altre città). Con le dimissioni anticipate l’ex sindaco di Firenze aprirebbe uno scenario che possiamo facilmente prevedere: crollo della borsa e aumento dello spread a dimostrazione degli effetti dell’instabilità (la finanza europea e americana sono già schierate), promessa di elezioni anticipate comunque vada il referendum (chiude i giochi a qualsiasi inciucio e si pone come leader anti-casta), dimostrazione tangibile di non essere attaccato alla sua carriera ma di volere solo l’interesse del Paese. Una prova di forza contro tutti. Renzi gestirebbe in attacco i giorni del voto e di fatto monopolizzerebbe l’informazione politica, perché nei giorni del voto e del silenzio elettorale si dovrà necessariamente discutere anche del prossimo governo. Le opposizioni in fermento sarebbero costrette a spaccarsi per parlare di futuro, rischiando di mostrarsi come l'”accozzaglia” di cui parla Renzi.

In caso di vittoria del No, Renzi sarebbe già in campagna elettorale, avrebbe salvato la faccia perché gestirebbe la sconfitta da ex premier, ma sempre saldamente segretario del Partito Democratico, il principale partito di maggioranza che i renziani controllano pienamente. Renzi sarebbe il regista del ritorno al voto, con una nuova legge elettorale così come ha promesso alla minoranza del partito e come chiedono le opposizioni. Se invece dovesse vincere il referendum, allora Renzi avrebbe l’occasione per ritornare in sella (difficilmente il presidente Sergio Mattarella avrebbe il tempo di chiudere le consultazioni e dare l’incarico prima del voto referendario).

In alternativa il premier potrebbe dimettersi con l’obiettivo di formare già un nuovo governo prima del voto. I vantaggi di questa scelta sarebbero nel garantire immediatamente la continuità alla legislatura (magari fino al 2018) e annullare immediatamente il dibattito sulle conseguenze del No al referendum. Rispetto alla soluzione vista in precedenza, la mossa avrebbe non solo il fine di spiazzare le opposizioni, ma anche quello di dimostrare che comunque vada il referendum c’è già un governo e l’argomento post-elezioni sarebbe così risolto. I limiti di questa operazione sono i tempi strettissimi per il necessario coinvolgimento del Quirinale e del Parlamento: consultazioni lampo (un giorno, come ha già fatto Giorgio Napolitano nel 2013), maggioranza già d’accordo sul nome del successore, squadra di governo riconfermata. Il 28 novembre il Parlamento va in pausa per il referendum, quindi tecnicamente Senato e Camera non hanno nulla in calendario. Il nuovo premier dovrebbe essere un “non renziano”, che garantisca la minoranza Pd sulla nuova legge elettorale, che sia convintamente schierato con il Sì in modo da recuperare consensi trasversali (soprattutto a sinistra) e non abbia ambizioni di ricandidarsi alle prossime elezioni. In questo modo il fronte del Sì avrebbe sia un presidente del Consiglio schierato, sia un segretario di partito libero di attaccare come meglio crede perché libero da cariche istituzionali.

È evidente in ogni caso che Matteo Renzi ha tutto da guadagnare dimettendosi prima del voto, a meno che i sondaggi non mostrino un esiguo divario tra No e Sì tale da spingere il leader della Leopolda a rischiare almeno una sconfitta con l’onore delle armi, soprattutto con l’aiuto di Silvio Berlusconi che lo ha sostenuto con il Patto del Nazareno e che è pronto a tendere la mano al leader sconfitto. Altrimenti l’ex sindaco di Firenze metterebbe la faccia in una debacle referendaria che lo condannerebbe a fare la prossima campagna elettorale da sconfitto.

Alessandro Giuseppe Porcari

@paceinterra_it

 

 

 

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