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Peres benedice Francesco : «Spianata la strada della pace”

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GERUSALEMME – La testa appoggiata al muro di cemento che divide Israele e Territori Palestinesi. La preghiera sulla Spianata delle Moschee. La mano sulle pietre del Muro Occidentale del Tempio di Gerusalemme, su cui da secoli sorgono due delle moschee più sante dell’Islam. Papa Francesco prova così a scatenare la pace impossibile.

«Il tuo pellegrinaggio ha spianato la strada per una nuova pace. Sii benedetto», ha detto il presidente Shimon Peres. «Israeliani e palestinesi sono pronti per la pace con tutti i popoli della regione. I tuoi gesti avranno eco nella regione e contribuiranno a rivitalizzare gli sforzi per completare il processo di pace tra noi e i palestinesi. Una pace basata su due Stati, uno accanto all’altro: uno arabo e uno ebraico», ha concluso Shimon Peres. Poi l’abbraccio a Francesco.

Pesa come un macigno quella parola: ebraico. Solo qualche settimana fa, Abu Mazen aveva negato la possibilità che Israele potesse essere riconosciuto come uno Stato ebraico. «Nel 1993 l’Olp ha già riconosciuto lo stato di Israele, non possono chiederci di riconoscere la sua identità religiosa», aveva ribadito lo scorso aprile, a seguito dello storico accordo per un governo di unità nazionale tra Fatah e gli estremisti di Hamas. Il movimento guidato da Isma’il Haniyeh predica ancora la distruzione di Israele e la creazione di uno stato islamico al suo posto.

Betlemme, papa Francesco prega

È contro l’estremismo che si è scagliato Francesco: «Il cammino del terrorismo è criminale, nasce dall’odio, non costruisce ma distrugge», ha detto davanti alla stele in ricordo delle vittime del terrorismo. Poco prima, ospite del Gran Mufti, la suprema autorità sunnita di Gerusalemme, il papa aveva lanciato un appello: «Nessuno strumentalizzi per la violenza il nome di Dio. Siamo tutti fratelli e sorelle di Abramo, impariamo a comprendere il dolore dell’altro».

Sulla sofferenza del popolo palestinese, ieri il Papa aveva ascoltato la breve ed intensa testimonianza di un bambino palestinese al campo profughi di Dheisheh. «Basta umiliazioni. Da 66 anni i nostri genitori subiscono l’occupazione. Abbiamo aperto i nostri occhi sotto questa occupazione e abbiamo visto la nakba negli occhi dei nostri nonni, quando sono morti». Le nuove generazioni, educate a vivere nel conflitto, sono state coinvolte negli scontri contro l’esercito israeliano. A loro Francesco aveva indicato la via per la riappacificazione: «Non lasciate mai che il passato determini la vostra vita. Lavorate e lottate per ottenere le cose che volete. Però, sappiate che la violenza non si vince con la violenza».

La pace appesa al reciproco rispetto tra le tre grandi religioni monoteiste. «Un viatico per la pace politica», lo definisce Shimon Peres, che incassa uno affettuoso sostegno del Papa: «Sei un uomo saggio e buono. Con te, oggi mi sento beato». Il quarto pellegrinaggio di un papa in Terra Santa è stato segnato da un alternarsi di momenti ufficiali e cordiali.

Nessuno tuttavia ha fatto riferimento al nodo centrale della pace: Gerusalemme. Territorio occupato per i palestinesi, capitale indivisibile dello stato ebraico per Israele. Proprio oggi la municipalità ha dato il via libera alla costruzione di 50 nuovi alloggi per coloni a Gerusalemme Est.

Un segnale a chi sogna la fine del conflitto. Così, i ponti di pace di Francesco rischiano di restare sospesi in cielo. Già il prossimo 6 giugno potrebbe svolgersi in Vaticano l’inedito incontro di preghiera per la pace tra Abu Mazen e Shimon Peres. Lo storico negoziatore dell’Olp Muhammed Shtayeh lo ha definito «significativo, ma di valore simbolico», ma non ha mancato di sottolineare una nota politica: «Non è un caso se Francesco abbia invitato Peres e non il primo ministro Benyamin Netanyahu».

Prima di partire, papa Francesco ha piantato tre ulivi. Uno al palazzo di Shimon Peres, uno alla Delegazione Apostolica, uno al Getsemani, accanto a quello piantato 50 anni fa da Paolo VI, primo papa pellegrino in Terra Santa. Allora, Gerusalemme non era ancora terra israeliana. Non c’era stata la guerra dei sei giorni, il settembre nero, la guerra del Kippur, la rivoluzione islamica in Iran, l’intifada. Non c’era il muro, che Netanyahu ha presentato a Francesco come una «barriera di sicurezza che ha evitato molte vittime che il terrorismo palestinese aveva in programma». Così la Terra Santa è oggi scavata da ferite profonde che nessuno, nemmeno Francesco, sembra poter sanare.

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