Pannella e la Buona scuola

«Sono tre decenni che parlo di regime e questi si svegliano ora». Marco Pannella è seduto davanti ad un tavolino di piazza della Rotonda a Roma, mentre i docenti e personale scolastico esternano per l’ennesima volta la disapprovazione per la riforma della scuola voluta dal governo. È arrivato da solo ma è presto circondato dagli insegnanti. «Unisciti a noi nella lotta» gli chiedono tutti. Lui guarda e sorride cordialmente: «Nemmeno mi avete invitato a parlare sul palco e mi dite di unirmi a voi?». I giornalisti lo snobbano, ma i docenti lo cercano per una stretta di mano, un selfie, persino una carezza. Lui sembra abituato: «Chiedetevi perché i Radicali non vengono mai invitati in televisione. E non è questo il segno di un regime? Non sanno come diffamarci e questo dà fastidio».

Il padre di tante campagne referendarie sembra un pubblico non pagante di uno spettacolo teatrale. Incuriosito dalla protesta un po’ confusionaria dei docenti, quando qualcuno di loro urla contro i presidi-sceriffo previsti dalla riforma, Pannella sbotta: «Uffa, questa storia dei presidi è l’ultimo dei problemi». «Vuoi dire che l’articolo 2 non apre alla corruzione nel mondo della scuola?», gli chiedo. «È la partitocrazia che è corruzione, il problema è molto più profondo. Certo, con questa riforma i presidi faranno come vogliono. Avranno dei docenti e dopo qualche anno se non sono più di loro gradimento, per qualsiasi ragione, saranno sostituiti», risponde sicuro. «Mattarella bloccherà la riforma visto che si è schierato apertamente contro la corruzione?», insisto, ricevendone una sentenza: «Questo Presidente è un prigioniero, non può opporsi a nulla».

Un docente prova in tutti i modi ad attivarlo contro la riforma voluta da Renzi. «Dammi un tuo contatto che ti invitiamo in assemblea nella nostra scuola», gli propone. «Vivo nella sede del Partito radicale, che te ne fai del mio numero personale? Se mi volete, sapete dove trovarmi», si svicola nuovamente.

Pannella è seduto come un regista cinematografico: conosce già il copione, fine compresa. Cerco di interpretare la sua strana partecipazione, silenziosamente provocatoria, che mi spiega così: «Non è mio stile andare contro un disegno di legge quando manca una proposta di legge alternativa», io le battaglie le ho sempre fatte per qualcosa, non contro». Pannella disapprova le modalità della protesta, ma in quella piazza sembra persino divertirsi. Nel bene e nel male, il suo curriculum di battaglie politiche, fatte di referendum, raccolte di firme e digiuni, è irripetibile.

«Ciao Marco sono un deputato del Movimento 5 stelle, ti ricordi di me?». Il leader radicale alza lo sguardo, prova a focalizzare il volto nella memoria. «Sono Di Battista», insiste il deputato. «Ah, come no. Ciao». Inizia nel più banale dei modi l’incontro tra due stili diversi di fare politica. «Beppe Grillo fa solo spettacolo», ammette successivamente.

Dal palco annunciano che l’assemblea di piazza è finita. Cala il sipario, Pannella si alza e mi saluta con un sorriso ironico: «Amen».

Marco Pannella