Paesi in conflitto, il dramma dell’insicurezza alimentare

I numeri sono quelli di una guerra mondiale. Si aggrava l’insicurezza alimentare nei sedici Paesi in conflitto, sotto la lente dell’ultimo aggiornamento semestrale del rapporto che Fao e Wfp  forniscono al Consiglio di sicurezza dell’Onu.  Nel complesso, le stime del rapporto parlano di 64.262.000 di persone che vivono in condizioni di crisi o emergenza alimentare, con un incremento di 1.671.000 persone  in sei mesi (erano 62.591.000 secondo stima di luglio 2017); l’aumento è tuttavia in gran parte attribuibile alla stima dell’impatto sulla popolazione della guerra civile in Ucraina, un dato che mancava nel precedente rapporto: 1,2 milioni di ucraini (2,6% della popolazione) sono colpiti da condizioni di fame acuta.

In quasi la metà dei Paesi considerati, un quarto o più della popolazione è colpita da situazioni di insicurezza alimentare a livello di “crisi” o di “emergenza”. Nello Yemen, il 60% della popolazione per un totale di 17 milioni di civili. Nel Sud Sudan, il 45% (4,8 milioni di persone), in Siria il 33% (6,5 milioni) come in Libano (1,9 milioni, soprattutto a causa dei rifugiati siriani), nella Repubblica Centrafricana il 30% (1,1 milioni), in Afghanistan il 25% (7,6 milioni con un incremento di 3,3 milioni in sei mesi), in Somalia il 25% (3,1 milioni).

Migliora la situazione ad Haiti, dove si passa da 2,3 milioni di persone in situazione di insicurezza alimentare a 1,3 milioni, e nel Burundi (1,8 milioni, contro la stima precedente che era di 2,6 milioni). Nella Repubblica Democratica del Congo il conflitto in sei mesi porta Fao e Wfp a stimare in 7,7 milioni le persone che hanno bisogno di alimenti (erano 5,9 milioni nella stima di luglio 2016). In Sudan colpite 3,8 milioni, un’emergenza simile a quella dell’Iraq, dove ci sono 3,2 milioni di persone colpite. Il rapporto considera anche la regione transfrontaliera del bacino del lago Ciad, con l’emergenza che dimezza l’impatto sulla popolazione, passando da 6,2 milioni a 2,9 milioni di persone.  Infine Guinea-Bissau (43.000 persone), Liberia (28.000) e Mali (291.000), con uno scenario in peggioramento, nonostante la quota di popolazione coinvolta sia rispettivamente del 4%, dello 0,7% e dell’1,5%.

 

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