Nuova evangelizzazione in Giappone. Intervista a Isao Kikuchi, vescovo di Niigata

Papa Francesco in Giappone. L’invito arriva dai vescovi locali, dopo il riconoscimento del martirio di Takayama Ukon (1552-1615), il “samurai di Cristo”, che rinunciò agli onori della sua posizione sociale per abbracciare la fede in Cristo. Fu poi esiliato nelle Filippine, dove morì in odio alla Fede. Lo scorso 22 gennaio, Papa Francesco ha firmato il decreto che consentirà la beatificazione.

A distanza di 400 anni dalla sua morte, i cattolici in Giappone sono ancora una minoranza. Appena lo 0,5% dei giapponesi è cattolico. Tra i vescovi che più si stanno spendendo per la nuova evagelizzazione, Isao Kikuchi, vescovo di Niigata, presidente di Caritas Asia e Giappone. È un missionario verbita, dunque un sacerdote con una particolare vocazione per l’annuncio del Vangelo. Paceinterra lo ha incontrato per capire il futuro della Chiesa cattolica in uno dei paesi più ricchi e potenti del mondo.

Eccellenza, perché la comunità cattolica è così piccola in Giappone? Ci sono particolari problemi culturali o politici che ne hanno limitato la crescita?

Prima di tutto e soprattutto, l’educazione scolastica è stata prioritaria nell’evangelizzazione in Giappone per più di un secolo. L’istruzione cattolica, dalla scuola dell’infanzia alle università, ha avuto grande influenza su molti studenti che così hanno chiesto di essere battezzati. Ma l’influenza si è fermata là, non è riuscita a penetrare le famiglie. Molti dei convertiti in Giappone sono rimasti gli unici cattolici nelle loro famiglie.

Secondo aspetto, in Giappone c’è una generale indifferenza verso qualsiasi religione seria. 70 anni fa, dopo la Seconda Guerra mondiale, lo sviluppo economico e tecnologico era prioritario nella nostra società. L’essere soprannaturale doveva rispondere alle esigenze delle persone o fare qualcosa che le persone non potevano materializzare con soldi o tecnologia. In questa situazione, una religione ortodossa come quella cristiana è considerata qualcosa di troppo, o qualcosa che chiede alle persone di fare qualcosa di concreto. Le persone amano visitare i santuari shintoisti, per conoscere il proprio destino o ricevere una buona fortuna, qualcosa che deve essere donato dal soprannaturale. Ma se vengono nella nostra Chiesa, a loro si chiede di fare le proprie scelte e di agire. È troppo impegnativo.

Terzo aspetto, c’è un generale sospetto verso qualsiasi gruppo religioso dal 1995, quando Aum Shinrikyo fece l’attacco di gas a Tokyo (il gruppo di ispirazione buddista e induista fece 12 morti e 6.000 intossicati, ndr). Recentemente, la presenza di gruppi terroristici come l’Isis ha creato una generale paura verso i gruppi religiosi.

Politicamente parlando, invece, non abbiamo particolari problemi. La Costituzione sancisce la libertà di culto e libertà di associazione, ma allo stesso tempo la Costituzione prescrive una rigida separazione tra religione e governo. Quindi la Chiesa cattolica in Giappone non ha alcuna influenza politica. Potrei dire che non ci sono molti problemi per la nuova evangelizzazione in Giappone. Il più grande e resistente ostacolo è solo l’indifferenza.

In questo contesto, come potrebbe crescere la Chiesa?

Dopo il terremoto e lo tsunami dell’11 Marzo 2011, La Chiesa cattolica, insieme alla Caritas giapponese, da me diretta, ha lavorato per programmi di ricostruzione nell’area colpita. Insieme alla locale diocesi di Sendai, abbiamo organizzato 8 campi di volontariato nell’area costiera per accogliere volontari da tutto il mondo. Per le ragioni che ho detto prima, non usiamo l’espressione “Chiesa cattolica” in questi campi, ma il nome è invece “Campo di volontariato della Caritas”. La maggioranza dei volontari non è cattolica e molti ragazzi diventano “ripetenti”, ossia si uniscono alle attività più volte. Da quello che ci dicono, amano l’atmosfera serena e spirituale dei nostri campi, dove i membri cattolici pregano insieme e fanno anche quotidianamente ciò che per i Non cattolici non è obbligatorio. Questo aspetto spirituale tuttavia è apprezzato da molti. Anche attraverso le nostre attività, abbiamo molte occasioni di incontrare e vivere con gente del posto ed offrire aiuto ai tanti bisognosi. La Chiesa cattolica continuerà questa azione di nuova evangelizzazione, nell’area colpita dal disastro, fino al 2021.

Un altro punto. Ci sono molti immigrati cattolici residenti in Giappone, molti di loro vengono dall’America Latina e dalla Filippine. Per esempio, abbiamo una parrocchia dove il 90% dei fedeli è filippino. E loro sono sposati con agricoltori giapponesi. Così le donne filippine sono madri e mogli in famiglie giapponesi non cristiane. Ma fanno il loro lavoro di evangelizzazione. I figli sono battezzati e ci sono casi di battesimi anche tra i mariti, anche se non ancora tanti. Queste comunità di migranti cattolici sono una speranza per il futuro.

Ci sono media cattolici che possono promuovere le attività?
Sì, ci sono, ma solo nella stampa. Non è facile avere licenze televisive e radiofoniche e anche i costi di gestione sarebbero nell’ordine dei milioni di yen (decine di migliaia di euro). Per questo la spesa non pagherebbe. Direi che i media cattolici non hanno molta influenza sul pubblico generale.

Il Giubileo della Misericodia o l’enciclica Laudato Si’ hanno avuto un impatto particolare?

Il Giubileo di per sé non ha un grande impatto sulla popolazione. Sicuramente lo celebriamo bene nella nostra comunità cattolica, ma il nostro messaggio, nonostante misericordia, amore e perdono siano molto più rilevanti e necessari nella società moderna giapponese, non ha molto potere di penetrare nel cuore dei giapponesi.
La Laudato Si’ invece non è stata ancora tradotta in giapponese, ma c’è un team al lavoro. Ne abbiamo parlato nelle nostre omelie o messaggi, ma non ha ancora un grande impatto. Quando la traduzione sarà terminata, potremo lanciare una campagna per far crescere la conoscenza del pubblico. In ogni caso, nel 2001 i vescovi giapponesi pubblicarono un messaggio intitolato “Rispetto per la Vita“, sul tema della dignità umana e difesa della vita.
Il messaggio fu ben accolto anche dai non cattolici. Per questo ora è stato nominato un gruppo di lavoro che riveda il testo e scriva un nuovo messaggio indirizzato all’intera società giapponese. Il contenuto sarà molto legato alla Laudato Si’. Spero che potremo anche influire sul nostro governo su temi come la dignità umana e l’ambiente, soprattutto l’energia nucleare, dopo il disastro di Fukushima. Infatti i Vescovi giapponesi chiedono la completa abolizione degli impianti nucleari. Il governo sta tentando di utilizzare gli impianti nonostante Fukushima non sia ancora sotto controllo.

Avete invitato il Papa, cosa potrebbe cambiare per la Chiesa cattolica?

I giapponesi in generale amano la storia e la cultura europea. Per questo l’Italia e il Vaticano in particolare sono destinazioni molto popolari. È attraverso il turismo che i giapponesi sanno qualcosa del Papa, nonostante non si accorgano che la Chiesa cattolica esista accanto a loro, in Giappone. Anche i politici giapponesi hanno uno speciale rispetto per la Santa Sede. Nel 1981, san Giovanni Paolo II visitò il Giappone per la prima volta, e fece colpo tra la gente, soprattutto tra i giovani. Forse la Chiesa cattolica del tempo non poteva trarre vantaggio da simili emozioni positive per l’evangelizzazione. Per questo, se il Santo Padre ci facesse visita questa volta, e visitasse l’area colpita dallo tsunami, e condividesse il suo messaggio di misericordia, sono convinto che creerebbe un sentimento positivo verso la cristianità. A quel punto starà a noi saper utilizzare o meno quell’emozione per la nuova evangelizzazione.

 

Alessandro Giuseppe Porcari

@paceinterra_it

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