Maria Marchesi, la donna che amò il beato Odoardo Focherini

«In Germania, a fare l’agricoltore». Fu così che le SS comunicarono la condanna ai campi di concentramento a Odoardo Focherini, giornalista e amministratore de L’Avvenire di Italia, colpevole di aver aiutato più di cento ebrei a sfuggire alla persecuzione nazifascista. Era il 22 maggio del 1944, la prigionia era iniziata due mesi prima, l’11 marzo con l’arresto e la detenzione a Bologna. Una famiglia sconvolta, giovane e numerosa. Odoardo aveva 37 anni ancora non compiuti, una moglie Maria Marchesi di 35 anni, sposata 13 anni prima, e sette figli che non lo avrebbero più rivisto a casa.

«La prova alla quale è sottoposta la nostra famiglia non è delle più modeste. Ti sia di conforto la fede che sempre ti ha sorretto, ti accompagni la speranza di presto rivederci», l’invito di Odoardo a “Mariolina” (come spesso chiamava la moglie nelle lettere dalla prigionia) testimoniano che la speranza, la fede e l’amore furono per Maria Marchesi le ragioni di vita.

Una donna eroica, che il giorno della beatificazione di Odoardo Focherini a Carpi (15 giugno 2013) la Chiesa dimenticò di ricordare. Maria aveva dato ad Odoardo sette figli, tra cui quelle che Odoardo chiamava «tre ultime piccolissime». Paola, la più piccola, il giorno dell’arresto di Odoardo aveva 7 mesi. «Ho due Paole in me, quella sulla culla e quella ben più graziosa che ti è sulle ginocchia», scrisse Odoardo dopo aver ricevuto una foto nel campo di concentramento di Fossoli.

Oggi Paola ci aiuta a conoscere meglio il legame, intimo e forse ancora sconosciuto che legava Maria e Odoardo. «La mamma ogni mattina si alzava alle 6 per essere alle 6 e mezza in chiesa ad assistere la messa e ricevere la comunione», ci racconta. «Maria, perché ti alzi così presto e vai a messa tutti i giorni?», le chiese un giorno una cugina, Luisa Focherini. La risposta: «È la mia forza per andare avanti senza Odoardo». Infatti l’Eucaristia giornaliera era abitudine comune dei coniugi Focherini.

Per liberare il marito, Maria fece di tutto, non solo a Bologna, dove era il carcere di San Giovanni in Monte luogo della prima prigionia di Odoardo. Il 21 luglio 1944 andò al Comando generale delle SS in Italia, a Verona, per favorire il rilascio del marito. La sua voce era troppo debole. Provò con il sostegno del vescovo della città, mons. Girolamo Cardinale, ma il risultato fu lo stesso. Pochi giorni dopo, il 28 luglio, Odoardo le inviò il testamento, essenziale: «Nomino erede universale di ogni mio bene presente e futuro Maria Marchesi». L’ultimo saluto, o forse un semplice sguardo nei pressi del campo di prigionia di Verona. Poi Odoardo fu caricato in un vagone merci, come una bestia, e proseguì la deportazione verso i campi di concentramento nazisti.

La cristianità dei coniugi Focherini fu quasi un ostacolo alla soluzione della prigionia. Un testimone, o presunto tale, raccontò alle SS che Focherini aveva aiutato gli ebrei «senza finalità di lucro e per pura generosità cristiana». Odoardo inoltre aveva creduto che l’intervento del cardinale di Bologna, Giovanni Battista Nasalli Rocca, avrebbe potuto salvarlo, ma gli fecero capire che servivano piuttosto politici molto potenti. Quella cattolicità, così evidente anche in Maria, diventò un muro per gli alleati di Hitler.

Maria aveva condiviso e favorito la missione del marito di aiutare gli ebrei a fuggire dal nazifascimo, così alla loro memoria è stata dedicata anche la scuola primaria di Rumo, in provincia di Trento. «Rimpiangeva senza fine la mancanza del babbo, ma non l’abbiamo mai, mai, mai sentita rimpiangere la loro scelta», spiega Paola che non ha avuto la possibilità di conoscere il padre. «Non mi vergogno a dire che non ho mai letto tutte le lettere perché mi fanno stare troppo male. Il mio tempo preferisco passarlo a essere utile a qualcuno, piuttosto che piangere sulle lettere del babbo alla mamma», ci confida.

Con le lettere (166 in totale, in buona parte destinate alla moglie) Odoardo non fece mai mancare una parole di speranza, a tal punto che Maria non aveva mai pensato che la notizia della morte potesse davvero arrivare. «La distanza agirà inversamente sui nostri cuori, sui nostri desideri, sulle nostre volontà, su tutto noi stessi, e anziché dividerci ci unirà», le scrisse Odoardo dal campo di concentramento di Fossoli (uno dei quattro presenti in Italia), prima della partenza verso la Germania. «La mamma ha sempre sperato che il babbo tornasse», conferma Paola, «aveva tanta fiducia nella Divina Provvidenza. Pensava che non avrebbe potuto sopportare un peso così grande per il dolore della morte e per mandare avanti una famiglia così numerosa e senza risorse economiche».

Restano ancora la parole del beato Odoardo: «Se la prova è dura sappiamo esserne degni, fidenti in Colui che tutto può». E la prova fu durissima, fino al martirio arrivato il 27 dicembre 1944. «La notizia per la mamma fu inaspettata. Quando a Carpi si seppe che il babbo era morto, il vescovo incaricò un amico del babbo di preparare la mamma alla notizia. Alle prime avvisaglie la mamma gli disse: “No, non è possibile, come faccio io ad andare avanti?”». La prigionia prima e poi la morte segnò la vita di tutta la famiglia. «Siamo stati aiutati pochissimo dai genitori del babbo, qualche regalo prezioso da un fratello della mamma e da un amico del babbo e tantissimo dallo zio Bruno, fratello della mamma. Ma tanti sono stati i sacrifici e le rinunce nostre e della mamma», racconta Paola.

Maria non nascose mai la notizia della morte del marito ai figli, anche alla piccola Paola. «Ho sempre saputo della morte di mio padre e mi sono sempre chiesta perché nessuno avesse un’attenzione particolare per me che vivevo una situazione così difficile. A scuola ero birichina e poco brava. Nessuno ha mai cercato di capire il perché. Ma io mi sono “vendicata”», Paola infatti è stata per 40 anni insegnante di sostegno. «Ho evitato a tanti bimbi le umiliazioni che ho patito io, alla cerimonia di Beatificazione c’erano presenti tanti miei ex alunni e genitori, anche se sono in pensione da 12 anni», dice orgogliosa. Non solo. Il giorno della beatificazione erano presenti anche 10 membri della famiglia Lampronti di Verona. Giacomo Lampronti è stato tra gli oltre 100 salvati da Focherini, e con la sua famiglia Maria Marchesi aveva mantenuto i contatti fino alla morte nel 1989. «Tutti si sentono salvati», dice Paola.

L’ultima lettera del beato Odoardo da noi conosciuta era destinata a Maria. Focherini era costretto a fare lo sterratore a Stallbaum, a 5 chilometri dal campo di lavoro di Hersbruck in Germania. Scritta in tedesco da una mano sconosciuta (Odoardo non conosceva il tedesco), è tra le più chiare testimonianze del ruolo di Maria nella vita del beato. «Io lavoro e non ho bisogno di nulla di speciale, tranne la certezza della tua incrollabile serenità», le comunicò Odoardo. Maria Marchesi non lo deluse, mai.

 

Alessandro Giuseppe Porcari

@paceinterra_it

 

 

 

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