La lezione di Trump

L’apocalisse è tra noi, finalmente. I mass media non hanno più la capacità di interpretare il comune sentire degli elettori. Il dato più disarmante dell’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti è il significativo distacco tra l’indicazione di voto della maggioranza delle testate giornalistiche statunitensi e il risultato elettorale. Eppure i giornalisti dovrebbero avere più di tutti il polso di quanto avviene nella realtà.

Trump rappresenta l’americano medio. Spontaneo, un po’ spaccone, passionale, uomo diretto e per questo facile alle gaffe che lo fanno sembrare vero, sincero. Appassionato di sport, sesso e soldi. È ricco e ostenta, ha donne e le mostra senza vergogna. Incarna perfettamente il sogno dell’America capitalista e consumista. Non è un politico e questo lo ha favorito in un momento storico in cui la politica non riesce più a coivolgere i cittadini. La sua scalata alla Casa Bianca è quindi sembrata la missione di un uomo qualunque, nonostante sia uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti.

Dall’altra parte c’è Hillary Clinton, donna di grande cultura, con un’esperienza politica tale da renderla di diritto una candidata alla presidenza.  Sconfitta da Barack Obama nelle primarie 2008, poi segretario di Stato fino al 2013, la sua personalità non è mai riuscita a emergere. Nata Rodham, non si è mai liberata del cognome del marito, quel Bill che le costò la difficile convivenza con lo scandalo Monica Lewinsky, a cui tanta satira ha fatto riferimento in questi mesi di campagna elettorale. Il dilettantesco errore di usare per lavoro la posta elettronica privata ha fatto crollare la credibilità proprio nel punto in cui Hillary doveva essere incontestabile: la professionalità.  Hillary è la donna in carriera, attenta al potere e poco sensibile alla vita comune. Non conosce la vita della casalinga, della donna operaria o di campagna. Ha dovuto sforzarsi per interpretare la parte dell’amica di quel popolo che oggi i media si ostinano a chiamare ignorante solo perché ha votato Trump.

I giornalisti ammettono l’errore, se di errore si può parlare. L’impressione è che i poteri editoriali abbiano semplicemente provato a scongiurare in tutti i modi la vittoria di Trump. Dopo la Brexit, abbiamo assistito al secondo caso in pochi mesi in cui la pressione mediatica non riesce a pilotare voti. Qualcosa si è inceppato. Internet ha donato la libertà di informazione e scelta. Sembra che la rete stia formando i cittadini a maturare uno spirito critico che la televisione e la carta stampata ormai tendono ad affossare. Anzi, più informazioni alternative si trovano in rete più i mass media perdono credibilità. Così gli elettori maturano un senso di ostilità verso il candidato che più è stato supportato.

La lezione politica dell’elezione di Trump è tutta qui. Aveva fatto talmente tanti errori in campagna elettorale che i repubblicani avevano provato a sostituirlo a poche settimane dal voto. Trump non solo aveva resistito ma aveva annunciato una vittoria in pieno stile Brexit, ossia opposta a tutti i sondaggi. Ha trionfato. Ora non restano che le previsioni apocalittiche per i prossimi anni, non solo per gli Stati Uniti, ma per tutto il mondo, per la pace, per l’economia.  Gli stessi media che hanno fallito le privisioni elettorali ora sono profeti di sventura. Per 4 anni ci toccherà convivere con questa battaglia in cui sarà difficile capire cosa sia l’informazione e cosa sia la disinformazione. Ogni errore di Trump sarà vissuto come una tragedia, ogni gaffe sarà la prova di incapacità. Così l’America si dividerà ancora tra chi odia e chi ama Trump, con il rischio molto concreto che tutto si trasformi in violenza. Il primo obiettivo del presidente sarà cambiare radicalmente atteggiamento. Vedremo un nuovo Trump, esattamente come un bravo attore sa passare dall’interpretare un film comico e un film drammatico, così Trump imparerà a comportarsi da Presidente degli Stati Uniti. Incassata la vittoria, il magnate dovrà allargare il consenso per assicurarsi la rielezione tra 4 anni. Fa parte del gioco: è il grande show della politica statunitense.

Alessandro Giuseppe Porcari

@paceinterra_it

 

 

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