La Grecia ha un nuovo re

La Grecia incorona re Alexis Tsipras. Lontani da Atene si fa fatica a crederlo: sei mesi di inutili trattative con l’Europa, un referendum farsa tradito con un disastroso accordo con la Troika, infine dimissioni e elezioni immediate. Vince la Troika e il premier resta al suo posto. Come è possibile?

Il risultato è frutto di una strategia che a questo punto appare perfetta. Una lunga trattativa con Bruxelles in segno di ostinazione e forza per difendere i diritti del proprio popolo; lo strappo con l’Europa con un referendum privo di un chiaro quesito (ma era stato promesso in campagna elettorale, quindi andava fatto), che spinge le opposizioni a schierarsi con Bruxelles pur di andare contro Tsipras; la firma di un commissariamento di fatto voluto dalla Merkel poi approvato dal Parlamento di Atene (con l’approvazione ancora una volta delle opposizioni); l’attuazione dei primi diktat dell’accordo (con il consenso costante delle opposizioni); le dimissioni di Tsipras e indizione di nuove elezioni nell’arco di poche settimane, tale da rendere impossibile agli elettori valutare possibili alternative.

Risultato: cala l’affluenza (-7%), ma la flessione dei consensi di Syriza (-0,9%) è tale che Tsipras resti ancora saldo al suo posto come se nulla fosse accaduto.

Bisogna ammetterlo: Tsipras è un politico di razza perché conosce perfettamente il suo popolo. Disperati, disoccupati, indebitati. I greci vedono in lui l’unica leadership possibile e a guardare le opposizioni non possiamo biasimarli. Il rumore generato in questi mesi di trattativa, il referendum che ha fatto temere la crisi dell’eurozona, gli ha fatto pubblicità a tal punto da renderlo tra i candidati a persona dell’anno.

Le opposizioni sono state dilettantesche. Hanno lasciato che Syriza dettasse i tempi. Non si sono scandalizzate di fronte ad un referendum convocato a pochi giorni dal voto, dove avrebbero giocato migliore partita chiedendo l’astensione, smascherando la speculazione populista di Tsipras. Hanno ancora votato a favore del diktat europeo in Parlamento, quando avrebbero dovuto opporsi o astenersi. Hanno poi accettato nuove elezioni politiche, a soli 30 giorni dalle dimissioni del premier, quando avrebbe dovuto logorare lentamente il suo potere prolungando il governo di transizione. Così, in tempi ridotti, i greci hanno capito ben poco e l’Europa ha incassato tutto il necessario: piano di sacrifici, il consenso dei greci, un governo stabile.

I dati dimostrano questa analisi. Syriza non cresce nei consensi, anzi, li vede ridotti: passano da 2.245.978 di gennaio a 1.925.904 a settembre. Pesa sicuramente il 2,80% passato con i dissidenti (guidati dall’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis) che non riescono a superare lo sbarramento per entrare in Parlamento (impossibile creare un nuovo partito e nell’arco di 30 giorni prendere il 3% dei consensi). In totale, da gennaio a settembre, Syriza perde 320mila voti, non pochi considerando che al referendum di luglio, il No voluto da Tsipras incassò 3.558.000 voti. Tsipras non ha catturato l’attenzione di quel popolo di contestazione europea: più di un milione e mezzo di elettori non gli ha creduto, ma ha deciso di astenersi e in parte ha disperso il voto . Se dunque il referendum fosse stato un successo di Tsipras le sorti di Syriza avrebbero dovuto essere ben altre. L’effetto referendum invece è stato nullo. Le opposizioni avrebbero dovuto approfittarne. Nea Dimokratia, principale partito di centrodestra, in sei mesi aumenta i consensi di appena lo 0,3% e arriva persino a perdere un seggio, fermandosi a -7 punti da Syriza (28,1%).

Con questo torpore, sembra che tutto sommato ai conservatori greci possa convenire una leadership di Tsipras. È stato lui a firmare il terribile piano di Bruxelles: ora si prenda anche la responsabilità della sua attuazione.

 

@paceinterra_it