Il Pd è di Renzi. Matteo vince la prima tappa verso Palazzo Chigi

Tutti renziani, come se nulla fosse successo. Le primarie del Partito Democratico incoronano ancora una volta Matteo Renzi che  si riprende la segreteria del principale partito di maggioranza. Nulla di nuovo, semplicemente una riconferma di quanto avvenuto in questi anni, a partire dalla fossa abilmente scavata attorno a Enrico Letta. Renzi ha ancora in mano il Partito Democratico, la notizia è tutta qui. Nessuna scossa interna dopo lo schiaffo del referendum, nonostante le chiassose proteste delle opposizioni interne. Il governo fotocopia di Paolo Gentiloni non poteva che garantirgli un risultato senza appello: 70% di voti per l’ex sindaco di Firenze che ora può tirare la volata per le elezioni politiche. Senza fretta, perché con il governo del Paese si possono ancora sfornare utili leggi per rafforzare il consenso, esattamente come era stato fatto in vista del referendum costituzionale.

La rielezione a segretario del Pd è semplicemente strumentale alla strategia del potere di Renzi che dimostra di avere il controllo del partito, umilia le opposizioni interne a cui ora tende la mano seguendo le regole della Pax romana. «Il Pd sia unito» dice. Tradotto: morirete tutti renziani. Il 70,01% dei votanti è dalla sua parte, ammesso che i votanti alle primarie siano elettori del Pd e non magari un’ammucchiata di centristi che ha visto in Renzi un’utile àncora per restare al governo. Il presidente della regione Puglia Michele Emiliano raccoglie solo il 10,49 (doveva bastargli il tonfo al referendum sulle trivelle per desistere, visto che nemmeno la sua Puglia raggiunse il quorum) mentre il ministro Andrea Orlando si ferma al 19,5% (dopo anni al governo con Matteo, il suo ruolo di alternativa al leader è apparsa come una estemporanea trovata politica).

Al referendum costituzionale Renzi incassò 13,432 milioni di Sì. I principali analisti sostenevano che quei voti erano tutti di Renzi e che nonostante la sconfitta referendaria quei voti sarebbero stati un patrimonio utile per le prossime elezioni politiche. Le “primarie” (in realtà sono semplici elezioni del segretario) hanno dato a Renzi 1,283 milioni di voti, meno del 10% di quella massa di voti referendari. Questo dimostra che il voto del Pd non ha significato politico nazionale: il consenso del leader Pd è insignificante rispetto al sostegno dato dagli italiani per il referendum, anzi, l’ex premier incassa 600 mila preferenze in meno rispetto alle primarie 2013. L’entusiamo degli italiani per la nuova Italia di Renzi non è pervenuto ai gazebo. Un risultato che quindi non ha nulla di eclatante. Saranno invece i mass media vicini a Renzi (gli stessi che hanno sostenuto senza sosta il sì al referendum) a raccontare la fantastica storia del trionfo di Renzi, che sapientemente dipingerà un leader innovativo e vincente, attento alla voce dei più deboli e sensibile alle esigenze delle minoranze.

La strategia della scalata al potere di Renzi è appena iniziata. L’ex premier vuole tornare a Palazzo Chigi ma non ha fretta, perché il governo fotocopia lo ha protetto, blindando il trionfo come segretario. Paolo Gentiloni non sta facendo altro che coprirgli le spalle. Renzi ha bisogno di tempo per ricucire un Paese che ha irresponsabilmente spaccato sulla riforma costituzionale. Il premier è come il cavallo di rincorsa al Palio di Siena: lascerà il governo nel momento in cui vedrà pronto l’amico Matteo e darà così il via alla corsa verso la nuova legislatura. Prima però bisognerà scrivere una nuova legge elettorale. E qui torna in gioco Matteo e il suo, sempre più suo, Partito democratico. Dopo il fallimento dell’Italicum e del referendum, Renzi è pronto a dettare le regole della democrazia italiana, come se nulla fosse.

 

Alessandro Giuseppe Porcari

@paceinterra_it

 

 

 

 

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