Il Conte senza l’oste

Una conferenza stampa per smascherare le strategie elettorali di Matteo Salvini. Il trionfo della Lega alle elezioni europee e il contestuale tonfo del Movimento 5 Stelle hanno ribaltato il rapporto di forza tra i due azionisti del governo. Di fatto, Giuseppe Conte sa benissimo che il leader della Lega ha tutto l’interesse a far cadere il governo: i risultati delle ultime elezioni gli garantirebbero una vittoria sicura anche alle politiche. Perché non dovrebbe farlo? Il premier ha quindi voluto provare a fare chiarezza, attraverso una solenne conferenza stampa a Palazzo Chigi. Ai due vicepremier Conte ha rivolto un invito a indicare in modo netto la propria posizione in merito al futuro dell’esperienza di governo. Scontata la risposta di Luigi Di Maio: non ha alternative al sostegno di questo governo, sia per i devastanti risultati elettorali (non accettabili per chi occupa il ruolo di principale forza di governo del Paese), sia perché l’annunciata riforma organizzativa del Movimento richiederà molto tempo e calma, soprattutto per essere attuata e recepita dal territorio. Ormai per il leader dei 5Stelle il voto anticipato è di fatto una spada di Damocle con cui dovrà convivere.

Conte ha parlato da statista, ma ha mancato di esperienza politica, perché in questo momento anche Matteo Salvini non può fare altro che ribadire il sostegno al governo. L’estate alle porte renderebbe folle qualsiasi dichiarazione contro il governo. Non è un caso se proprio durante la conferenza stampa del Presidente del Consiglio, il leader della Lega abbia twittato uno scontato “Noi siamo pronti, vogliamo andare avanti e non abbiamo tempo da perdere, la Lega c’è”. Sarebbe stato assurdo immaginarsi una posizione diversa, perché Salvini avrebbe aperto una crisi di governo immediata, lasciando il paese nel caos, con l’incubo del voto a fine luglio, che era stato lo scenario osteggiato proprio l’anno scorso. 

I conti senza l’oste.  In questa vicenda sembra tuttavia che Conte non stia tenendo in considerazione l’importanza del Parlamento e della riforma costituzionale del numero dei parlamentari, già approvata in prima votazione. Secondo quanto dichiarato  da Riccardo Fraccaro, ministro per i Rapporti con il Parlamento, la riduzione di 115 eletti al Senato e 230 alla Camera sarà approvata in seconda votazione entro i primi di agosto, consentendo dalla prossima legislatura il risparmio di 500 milioni di euro di costi della politica. Il taglio dei parlamentari aprirà una questione nuova e molto più importante per il governo: è opportuno che l’anomala maggioranza di questo Parlamento resti in piedi fino al 2023, o è meglio tornare al voto rendendo subito operativa la riforma costituzionale lasciando a un Parlamento più snello l’onere di scrivere le riforme del Paese? In questo caos politico, la soluzione più semplice sembra essere proprio lo scioglimento del Parlamento dopo la riforma costituzionale, con il vantaggio di rendere immediato il tanto ostentato risparmio dei costi della politica.

Chi potrà opporsi al voto anticipato? Non certamente Matteo Salvini, che cadrebbe in piedi: con la riforma dei parlamentari, il voto anticipato non sarebbe dovuto a un suo tradimento verso Conte e Di Maio, ma alla venuta meno dell’appoggio del Parlamento che dà la fiducia al governo (quindi a un fattore “esterno”). Il voto anticipato dopo il taglio dei parlamentari potrebbe essere una soluzione gradita persino al Movimento, che potrebbe rivendicare l’importanza della storica riforma anti casta. Perché Di Maio dovrebbe tenere in vita un Parlamento così costoso dopo aver combattuto la crociata contro gli sprechi di deputati e senatori? La sua ostinazione contro il voto anticipato suonerebbe come un attaccamento alla poltrona, che minerebbe ulteriormente il consenso elettorale. I tanti militanti che non gradiscono l’accordo con la Lega farebbero inoltre fortissime pressioni per il ritorno alle urne. Non bisogna trascurare che già oggi un militante su cinque contesta la posizione di Di Maio come leader politico del Movimento, un dissenso che in campo elettorale potrebbe rafforzare i partiti avversari, anche attraverso l’astensionismo.

In favore dello scioglimento del parlamento non potrà mancare il sostegno di Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, perché già oggi Forza Italia preme per il ritorno alle urne. Non sembra che possa remare contro nemmeno Roberto Fico, presidente della Camera, che appare sempre meno tollerante verso la convivenza con la Lega. A questo punto, il governo Conte cadrebbe, non per un contrasto tra Salvini e Di Maio, ma paradossalmente proprio per l’accordo tra i due, ossia per l’attuazione del contratto. Quanto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a cui compete il ruolo di sciogliere le Camere, sentiti i loro presidenti, non avrebbe ragioni per mantenere in vita questo Parlamento. La posizione dell’Italia in campo internazionale è confusa, indebolita dall’incertezza politica di questo governo e la riforma costituzionale potrebbe rappresentare un’utile via di fuga per chiedere ai cittadini di tornare alle urne, senza passare per nemico di questo governo e non rischiare nuove deliranti reazioni da parte di Luigi Di Maio, che un anno fa si spinse a chiederne l’impeachment.

All’orizzonte del Parlamento e della presidenza della Repubblica si pone anche l’elezione del successore di Mattarella, prevista nei primi mesi del 2022.  È auspicabile infatti che l’elezione del prossimo presidente della Repubblica avvenga con il parlamento già riformato, che dovrebbe a questo punto essere eletto al massimo a ottobre 2021. In questo scenario, il centrodestra ha tutto l’interesse che il parlamento destinato ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica abbia una maggioranza netta sia alla Camera che al Senato, con un ruolo marginale del Movimento 5 Stelle. A meno che qualcuno non voglia correre il rischio che l’elezione del prossimo Capo dello Stato si trasformi in una bagarre alla Camera, con veti incrociati, spaccature nel governo e la possibilità che alla fine spunti un nome non gradito al Movimento 5 Stelle, con un accordo trasversale tra centrodestra e centrosinistra, che farebbe gridare Luigi Di Maio al complotto.

È evidente che il governo Conte non potrà arrivare a fine legislatura nel 2023. Si tratta quindi di capire quando sarà il momento più opportuno per staccare la spina, con il minore impatto sull’economia italiana. Dopo l’effettiva approvazione del taglio dei parlamentari ad inizio agosto (sempre dando per buona la dichiarazione di Fraccaro), la Lega e il Movimento 5 Stelle dovranno decidere se sia meglio presentarsi alle urne prima delle prossime riforme economiche, oppure puntare sulla primavera del 2020. Il rischio è enorme. Se le nuove misure finanziarie (nate da un compromesso politico) non dovessero provocare lo choc all’economia propagandato fino ad oggi, la Lega favorirebbe l’ascesa del Partito Democratico, indicato come il principale nemico politico, o darebbe nuova linfa a Silvio Berlusconi. Un voto che preceda la prossima Legge di Stabilità garantirebbe al centrodestra una vittoria senza rischi e un governo del paese per i prossimi cinque anni. Detto altrimenti, incassato il taglio dei parlamentari ad agosto, il voto anticipato a ottobre sarebbe la soluzione più corretta. Per Giuseppe Conte a questo punto due sarebbero le armi a disposizione: o governare questa transizione a testa alta verso le nuove elezioni, rivendicando il lavoro fatto fino ad oggi, oppure dimettersi a sorpresa, con l’obiettivo disperato di consentire al Movimento di scrivere un contratto con il Pd, per tenere in vita la legislatura e impedire così al centrodestra di riprendere in mano il Paese. In ogni caso, per Giuseppe Conte l’esperienza al governo non è destinata a durare a lungo.

Alessandro Giuseppe Porcari

@paceinterra_it

 

 

 

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