Grecia, accordo shock all’Eurosummit

Greci umiliati. È difficile usare altri termini per descrivere l’accordo dell’Eurosummit.

Le ragioni sono molteplici. Prima di tutto l’Europa sbatte in faccia nuovo rigore. Lo fa con toni perentori di un documento ufficiale, con cui si obbliga il Parlamento greco ad approvare in 72 ore riforme che i Parlamenti impiegano mesi solo per discutere: fisco (aumento Iva e revisione della base imponibile per fare cassa), pensioni, la difesa dell’indipendenza dell’Istituto ellenico di statistica (per evitare manipolazioni dei dati ufficiali), il Fiscal Council (un organismo indipendente che giudica il bilancio pubblico, per evitare sforamenti) e meccanismi semi-automatici di tagli alla spesa ogni volta che ci si allontana dall’avanzo primario.

Il documento chiarisce: «Immediatamente e solo dopo l’approvazione delle quattro riforme, le Istituzioni europee verificheranno le condizioni per aprire un negoziato».

Analizziamo i toni. Non si dice che immediatamente dopo l’approvazione, l’Europa aiuterà la Grecia. No, l’Europa si prende il diritto di verificare se quanto il Parlamento avrà fatto sia in linea con quanto richiesto e solo allora potrà aprire un negoziato. Quattro riforme valgono alla Grecia 7 miliardi di aiuti entro il 20 luglio, a cui saranno aggiunti 5 miliardi entro la metà di agosto.

Ma l’Eurogruppo si spinge ben oltre. Entro il 22 luglio (meno di dieci giorni), il Parlamento greco dovrà approvare una riforma del codice di procedura civile e le regole europee sul salvataggio delle banche. Fatto questo, la Grecia dovrà indicare «un chiaro ed esauriente piano di riforme»: lavoro, commercio, energia, industria, pubblica amministrazione. Si impongono privatizzazioni come condizione per ottenere un nuovo prestito da 50 miliardi, di cui la metà servirà a ripagare la ricapitalizzazione delle banche greche. I restanti 25 miliardi saranno divisi tra pagamento del debito (quindi soldi che tornano ai creditori) e investimenti (che potrebbero essere semplicemente soldi investiti in azioni delle aziende pubbliche privatizzate).

Tradotto: i creditori con una mano daranno nuovi prestiti, con l’altra compreranno le aziende greche a prezzi di saldo. Il fondo sarà gestito dalle autorità greche, ma sotto la supervisione delle Istituzioni europee (Bce e Eurogruppo per intenderci).

Infine la sentenza sul debito: il taglio nominale non è possibile (alla faccia della propaganda di Tsipras sui danni della Seconda guerra mondiale) e la Grecia si impegna a pagare tutti i debiti finora contratti. In totale si stima che la Grecia abbia bisogno di 86 miliardi di euro, di cui 35 miliardi (in 5 anni, 7 miliardi l’anno) saranno concessi per favorire nuova occupazione, secondo modalità che i creditori si riservano di definire (quindi fumo, per ora).

Dopo sei mesi di trattative, la strada della Grecia è una percorso ad ostacoli. In queste condizioni l’Europa di fatto impone ad Atene il programma politico. Significa un commissariamento di cui Tsipras e Syriza sono responsabili politicamente.

La Grecia con Tsipras ha perso sei mesi. 180 giorni in cui Tsipras avrebbe dovuto già attuare riforme necessarie che ora è costretto ad approvare in tre giorni, facendole sembrare imposte dell’Europa. Poi ha reso le trattative impossibili convocando un referendum con una rata del Fondo monetario internazionale già scaduta. Un referendum inutile, privo di qualsiasi contenuto, esibito come atto di protesta del popolo greco contro quella stessa Europa che oggi gli ha imposto questo accordo.

Incassato il No del popolo (con l’astensione di 3,7 milioni di greci) Tsipras si è presentato al Parlamento europeo accusandolo di aver sostenuto solo le banche (salvo poi firmare nuovi aiuti alle stesse per 25 miliardi di euro).

Ha poi umiliato il proprio Parlamento, facendo approvare un piano di salvataggio da 13 miliardi, inadeguato rispetto agli oltre 80 miliardi necessari. È tornato a Bruxelles non solo con lo schiaffo politico del referendum (attenuato dalle dimissioni del ministro delle finanze Varoufakis che ora lo accusa del fallimento), ma soprattutto dimostrando di non conoscere le reali condizioni economiche del proprio Paese.

Tsipras ha ceduto ai creditori e ora sta perdendo credibilità persino dentro il suo partito. La sua rivoluzione è già finita. Ora le sue dimissioni sono lo scenario più probabile.