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Francesco a Manila: lacrime e record

Una messa da record. Il mondo visto da Manila è negli occhi di sette milioni di credenti, in quello che ci ostiniamo a definire “il principale paese cattolico dell’Asia”. Non basta. I cattolici nelle Filippine sono ottanta milioni, più dei fedeli italiani, spagnoli o francesi. L’Europa è come un anziano che ha bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi, ha bisogno dell’Asia.

Manila sorprende tutti, supera persino la folla oceanica di Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della gioventù 2014, in un Brasile che attendeva l’arrivo del primo papa americano in due millenni di storia.

A guidare il gregge filippino c’è il cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila. Nell’ultimo conclave, nonostante la giovane età, 55 anni a marzo 2013, molti lo indicarono come il successore di Benedetto XVI. Troppo giovane, forse ancora inesperto per una simile responsabilità. Creato cardinale nel 2012, in occasione della consegna della porpora era scoppiato a piangere tra le braccia di Ratzinger. Poi sentì il dover di chiarire, quasi a scusarsi del gesto “troppo umano”. A Manila, questa volta a commuoversi è una bambina, sottratta agli abusi della strada. Davanti a Francesco non riesce a parlare e si perde tra le lacrime. «Perché i bambini soffrono?», la domanda a cui il pontefice non ha saputo rispondere. «Nel mondo di oggi manca la capacità di piangere. Quando il cuore è pronto ad interrogare se stesso e a piangere, allora saremo in grado di comprendere qualcosa», ha concluso Bergoglio.

Questa è l’Asia cattolica. Un’umanità travolgente, che non ha paura di emozionarsi a costo di fare gaffe. Come è successo nella cattedrale di Manila quando durante l’omelia il Papa, citando il Vangelo, ha ripetuto la domanda di Gesù a Pietro: «Mi ami?» e i credenti si sono affrettati a rispondere «Sì, sì», pensando che Francesco parlasse con ognuno di loro. Una reazione imprevista: Francesco ha riso di cuore.

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Così mentre l’Europa è prigioniera del “laicismo di stato”, che ha persino paura del crocifisso nelle scuole, la bombola di ossigeno arriva dall’Est. È la rivoluzione silenziosa della Chiesa multietnica; la attendiamo da secoli, fecondata con il sangue dei martiri, finalmente sta dando i suoi frutti.

L’anno scorso, alla fermata metropolitana della stazione Centrale di Milano, con quattro valigie, mi fermai sulla banchina per capire quale fosse il percorso più immediato per i treni. Mi venne incontro un uomo con il carrello della spazzatura, un addetto alle pulizie. «Dove devi andare?», mi chiese. Interruppe il suo lavoro e con il carrello al seguito mi accompagnò fino all’uscita. «Buon viaggio» e tornò indietro. Tra decine di persone, l’unico che si accorse di me era un lavoratore filippino. Migranti, io dal Sud di un’Italia in crisi economica e morale, lui dall’Est di una società vitale e in crescita. Ecco che la buona notizia per tutti noi oggi arriva da Manila: la Chiesa è viva.

Alessandro G. Porcari

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