Dimissioni a sorpresa di Matteo Renzi. La goffa smentita del Pd

Renato Brunetta brucia la strategia del premier Matteo Renzi. Conferma alla stampa le anticipazioni di Paceinterra sulle dimissioni a sorpresa del premier, a pochi giorni dal voto, e provoca la reazione scomposta del Partito Democratico registrata da IlGiornale.it. Si cita un dirigente vicino al premier che cerca di dimostrare che le dimissioni a sorpresa sarebbero una mossa  “controproducente”.

 «Se Renzi annunciasse che si dimette a pochi giorni dal voto otterebbe l’unico risultato di disorientare e demotivare l’elettorato», dice il dirigente. Non è questa la strategia anticipata. Matteo Renzi non medita di annunciare le dimissioni, ma molto più concretamente medita di dimettersi, improvvisamente, senza alcun annuncio. L’effetto annuncio è citato dal dirigente anche in due vecchi editoriali del direttore dell’Espresso Tommaso Cerno e dell’editorialista del Wall Street Journal Perpaolo Barbieri. In realtà Renzi non ha bisogno di annunci, perché nessuno gli crederebbe. Renzi ha bisogno di mostrare agli elettori cosa concretamente farà dopo il voto per spezzare la lancia che il No ha puntato contro di lui. L’ex sindaco di Firenze ha detto che è contrario agli inciuci, ma fino a oggi è il leader di una maggioranza che si regge sui voti del centrodestra, un leader fin troppo “inciuciato” per fare la morale. La strategia citata dal Pd è quindi totalmente diversa da quella da noi annunciata. Le dimissioni di Renzi non sarebbero un falso annuncio, che rischia di scatenare il sarcasmo delle opposizioni. Le dimissioni in programma sarebbero certe, con tanto di salita al Quirinale e finalizzate a dimostrare che Renzi vuole un voto sulla riforma e non su se stesso. La campagna referendaria ancora in corso darebbe al premier la possibilità di spiegare agli italiani le profonde ragioni delle dimissioni: dare agli italiani un voto sereno sulla riforma, dimostrare di non essere attaccato alla poltrona, mettere gli italiani di fronte alla scelta di votare alle prossime elezioni 315 senatori o nessuno, dimostrare di non essere della partita degli inciuci post-referendari. Le dimissioni a sorpresa sarebbero un gesto forte totalmente inaspettato per impedire alle opposizioni di avere il tempo di reagire.

Il dirigente citato da IlGiornale nega dicendo che il Quirinale entrerebbe in conflitto. Non è vero, per ben quattro ragioni. Prima di tutto Sergio Mattarella è stato indicato dal premier Matteo Renzi e di fatto non può essere considerato un presidente ostile al governo come lo era Oscar Luigi Scalfaro verso Silvio Berlusconi. Le dimissioni a sorpresa avrebbero il fine di non personalizzare il voto di domenica 4 dicembre, quindi il Quirinale potrebbe essere persino d’accordo. Secondo: se è vero che non sapremo mai quale sia la posizione di Mattarella (per ovvie ragioni), sappiamo che il presidente emerito Giorgio Napolitano è attivamente schierato con il Sì e favorì il governo di Matteo Renzi proprio per riscrivere la Costituzione. Terzo: Mattarella ha già avuto modo di confrontarsi con Renzi sul futuro. In caso di vittoria del No, il capo dello Stato sarebbe comunque coinvolto, perché come minimo servirebbe una nuova verifica della maggioranza alle Camere. Il ministro Graziano Delrio ha ribadito che con il No Renzi dovrà rimettere il mandato. Se quindi i sondaggi dovessero mostrare una sconfitta altamente probabile (in linea con i dati di pochi giorni fa), non resterebbe che giocare di anticipo. Quarto: se Renzi dovesse dimettersi venerdì prossimo, magari a borse chiuse, il Quirinale non sarebbe costretto ad aprire le consultazioni nel weekend, quindi il coinvolgimento di Mattarella sarebbe di fatto nullo e coinciderebbe con l’impegno comunque previsto a seguito del voto.

«L’elettorato del Pd, in tutti i sondaggi, risulta compattamente a favore del Sì», dice ancora il dirigente Pd smentendo l’esigenza di dover ricompattare il voto del centrosinistra. Cosa intenda per “elettorato del Pd” è difficile capirlo, perché sono tanti gli elettori di centrosinistra che ormai non si riconoscono più nel Pd e voteranno contro Renzi per ragioni che hanno poca attinenza con il referendum, proprio la ragione che spingerebbe Renzi alle dimissioni anticipate. Anche se fossero poche centinaia di migliaia di voti, Renzi ne ha assoluto bisogno.

Infine tra le motivazioni che smentirebbero la strategia delle dimissioni anticipate di Renzi ci sono “La Legge di Stabilità aperta in Parlamento e le tempeste sui mercati”. Lunedì il Parlamento va in pausa referendaria, quindi nessun impatto sull’iter di una Legge già scritta e presto approvata dalla Camera. Non è in gioco la maggioranza in Parlamento su una legge così importante. Le tempeste sui mercati sono invece parte della campagna elettorale del premier, che ha citato più volte l’aumento dello spread, l’instabilità, la paura di un crisi economica, sostenuto dai banchieri e da Confindustria che parla persino di “recessione” se la Costituzione dovesse rimanere quella in vigore. Un po’ di tempesta finanziaria anticipata farebbe il gioco del Sì, magari il classico venerdì nero, basta un -2%.

La smentita del Pd non è quindi credibile. Anzi, unendo le anticipazioni agli indizi dati dal dirigente Pd ne deriva persino una indicazione sulla data delle dimissioni: venerdì prossimo, magari a borse chiuse. Il tempo dell’ultimo comizio, di mostrarsi in tv come il leader del cambiamento, anti-casta, e poi al resto penseranno i media schierati in suo favore che sabato e domenica mattina, in pieno silenzio referendario, avrebbero modo di spiegare quanto è bravo il caro leader. Alle opposizioni invece non resterà che il silenzio.

 

Alessandro Giuseppe Porcari

@paceinterra_it

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