Charlie Hebdo: le grand bluff

Belli e impettiti, i giubbotti antiproiettile fanno il loro effetto. I leader d’Europa manifestano blindati per dare un messaggio ai terroristi: «L’Europa è unita, vi sconfiggeremo». Parigi è invasa da milioni di francesi che trasformano il terrore in una festa. Così si esorcizza qualsiasi paura e si guarda avanti, nella speranza che finalmente si possa essere liberi di fare satira sugli “Intoccabili”.

L’abile cronaca dei media ci fa commuovere. Siamo tutti Charlie, certo. Del resto, che domanda assurda: «Sei un terrorista o un vignettista?». Io non so nemmeno come sia fatto un proiettile, ma ho una matita. Quindi sto dalla parte dei vignettisti, anche se disegnano abominevoli schifezze. Tocca schierarsi, è la guerra. I neutrali fanno sempre la figura dei vigliacchi e io non ho paura.

Chissà se in Italia qualcuno abbia mai fatto una vignetta sulle Brigate Rosse, magari facendo un’orgia di terroristi con una pistola nel sedere, come hanno fatto i profeti della libertà di Charlie Hebdo per provocare. Oppure se dopo la strage alla stazione di Bologna, qualcuno abbia mai disegnato i fascisti dicendo che hanno la faccia “come il pene”, così, tanto per divertirsi. E infine, ci sarà sicuramente un vignettista nostrano che abbia messo Totò Riina a carponi, per sfidare la mafia a colpi di grafite. Centinaia di giornalisti sono stati assassinati per aver detto la verità, figurarsi quanto sia facile morire per una menzogna, per una provocazione.

Ora basta con le divagazioni impertinenti. La Francia è la madre della democrazia, noi dobbiamo solo imparare.

Vorrei quindi ammirare le vignette di Charlie Hebdo il 12 marzo 2004. Il giorno prima, il terrorismo di matrice islamica uccise quasi 200 persone. I feriti furono oltre 2mila. Fu un attentato complesso, “l’11 settembre d’Europa”. Dieci zaini e altrettante bombe fatte esplodere nell’arco di pochi minuti. Uno scacco da maestri alla nostra civiltà.

Il giorno dopo, in tutta la Spagna ci furono manifestazioni contro il terrore. Due milioni a Madrid. Nelle piazze di tutta la Spagna ci furono undici milioni di manifestanti, uno spagnolo su quattro era in strada. In totale, furono sette milioni in più della ben più popolosa Francia. Certo, sarebbe davvero indecoroso ammettere che la reazione francese non sia nulla di eclatante, ma un’operazione mediatica ben riuscita.

A Madrid, il 12 marzo 2004, c’erano anche i leader europei: il premier francese Jean-Pierre Raffarin, il portoghese José Barroso e il nostro Silvio Berlusconi, accompagnato dal presidente della Commissione Ue Romano Prodi. Sono passati 11 anni, forse inutili, ma sicuramente non indolori. Un anno dopo, a Londra, tre kamikaze fecero oltre cinquanta morti e settecento feriti. Era il 7 luglio 2005.

La Spagna, che dopo l’attentato del 2004 si ritirò impaurita dal conflitto in Iraq, oggi celebra questa nuova guerra velata dalla satira. «Parigi capitale mondiale contro il terrore», titola El Pais, dimenticando che lo Stato islamico è nato proprio in quell’Iraq dove oggi in decine di migliaia vengono massacrati, crocifissi, decapitati, bruciati vivi nel silenzio delle piazze europee.

Belli e impettiti. I leader di tutta Europa camminano abbracciati per darsi forza contro la paura di essere uccisi. C’è l’esercito a proteggerli, la strada attorno è chiusa. Sembrano lanciarci un messaggio: «Ci saranno altri morti, voi armatevi di matita».

Alessandro Giuseppe Porcari