Beato Rolando Rivi, la carezza di Dio

«Vi domando solo, ha sofferto questo povero bambino?», le parole disperate di un padre all’assassino del figlio fanno ancora rumore. La risposta fu lapidaria, come la condanna a morte. «Con questa non si soffre tanto», indicando la cintura, Giuseppe Corghi, il commissario politico del Battaglione Frittelli rispose così, senza scomporsi. Il 5 ottobre 2013, giorno della beatificazione di Rolando Rivi, c’era una ciocca di capelli a ricordare la testa martoriata del seminarista di 14 anni, ucciso da un colpo di rivoltella il 13 aprile 1945, in una delle centinaia di esecuzioni sommarie di cui i partigiani comunisti si resero colpevoli negli anni ’40. È stato il primo studente di un seminario minore a essere beatificato. La limpida testimonianza di fede e gli atti del processo a carico degli assassini di Rolando Rivi hanno consentito una rapida conclusione del processo di beatificazione. Sono bastati 7 anni e mezzo, dal 7 gennaio 2006 a Modena, due anni dopo la prima riunione del comitato “amici di Rolando Rivi” che ha promosso la causa.

La sfida totalitaria lanciata dai partigiani comunisti alla libertà religiosa, trovò nella fede cattolica il principale obiettivo ideologico. Modena, Reggio Emilia, Bologna, il “triangolo della morte” fu fatale anche per decine di sacerdoti e quel giovane seminarista, il cui dramma è rimasto sepolto da decenni di opportunismo politico, per poi tornare prepotentemente a far parlare di sé, grazie all’impegno di chi non ha mai perso la speranza di vedere riconosciuta la verità storica e spirituale di un ragazzo innocente.

Era il 10 aprile 1945, nove giorni dopo la Pasqua. Rolando Rivi amava studiare su un’altura, poco distante dai casolari di San Valentino, soprattutto quando i genitori si recavano a lavorare nei campi, dopo aver partecipato alla consueta Messa del mattino. Sarebbe rientrato per l’ora di pranzo. Da due anni, i tedeschi si erano impossessati del seminario e lo avevano costretto al ritorno in famiglia. Rolando tuttavia non aveva mai smesso di sentirsi un seminarista. L’abito talare era il segno per tutti che la guerra non aveva interrotto la scelta di consacrarsi. Un futuro prete dunque, che aveva destato l’attenzione e le antipatie dei partigiani comunisti che quel giorno, conoscendo il luogo dove studiava, lo trovarono e lo sequestrarono per tre giorni nella porcilaia di un casolare di Piane di Monchio, distante 25 chilometri dalla casa paterna.

Il padre, Roberto, tornato a mezzogiorno a casa, lo chiamò senza ottenere risposta. Pensando che il ragazzo si fosse addormentato, andò personalmente nel bosco. I libri di Rolando erano sparpagliati per terra e su un foglio, una scritta rivendicava il sequestro: «Non cercatelo, viene un momento con noi. Partigiani». La disperazione della madre fu compensata dalla fiducia del padre. «I prelevamenti nella zona erano frequenti, ma ero fiducioso che data l’età non gli avrebbero fatto alcun male», scrisse anni dopo Roberto. Pensò persino che Rolando si fosse allontanato di sua spontanea volontà con partigiani amici. Per questo si rivolse al cattolico Renzo Branduzzi, capo del servizio informazioni partigiano della zona, che lo rassicurò. Ma si sbagliavano. Le ricerche non solo iniziarono tardi, ma andarono in direzioni opposte al luogo di detenzione, rendendo impossibile il suo ritrovamento in tempo utile per la sua salvezza.

Rolando fu torturato. Sul giovane corpo si scatenarono con percosse e cinghiate per ottenere confessioni su una presunta attività di spionaggio a favore dei tedeschi, pagata dal Commissario prefettizio. Le prove: i soldi nella tasca del giovane, compenso dell’attività prestata alla parrocchia durante la Quaresima e la Pasqua, ricevuto fatalmente quel giorno stesso. Non solo. Rolando fu accusato di aver rubato indumenti e una pistola ai partigiani, con la quale avrebbe provato a ucciderli. Ma non ci poteva essere nessuna ammissione per quelle infami accuse. Venerdì 13 aprile, alle 15, lo condussero in un bosco di Piane di Monchio (Modena), non distante dalla sua prigione. Gli mostrarono la fossa in cui lo avrebbero sepolto e lo fecero inginocchiare sul bordo. Qualche minuto per un preghiera che Rolando dedicò ai genitori e fu raggiunto da due proiettili, uno al cuore e uno alla tempia. La talare fu presa a calci. «Ecco la tonaca del prete», esclamarono, inequivocabile gesto di odio alla fede. L’assassino era Giuseppe Corghi. Incontrando il padre, il giorno dopo l’omicidio ammise di averlo ucciso ma di essere «personalmente tranquillo». Fu lui a convincere i partigiani più moderati con una motivazione inquietante: «Domani un prete in meno». La sentenza di condanna, 6 anni dopo, lo descrisse come «un uomo politicamente fanatico e sostenitore a oltranza dell’odio di classe».

Un processo difficile. La situazione politica e la delicatezza del caso resero necessario il trasferimento dal tribunale di Modena, territorialmente competente, a quello di Lucca. Già l’autunno successivo alla morte di Rolando, alcune persone provarono a uccidere il parroco don Olinto Marzocchini e il suo vice don Alberto Camellini. I proiettili però non colpirono il sacerdote, che ebbe il tempo di suonare le campane della chiesa e mettere in fuga i criminali. Così Roberto Rivi non ebbe il coraggio di denunciare gli assassini alla Questura di Modena fino al 1949. Anche in quel caso non mancarono le minacce, ma il processo questa volta non sarebbe stato interrotto né dalla paura, né dalla violenza. La sentenza di primo grado, del gennaio 1951, fu confermata in Appello nel 1952 e successivamente dalla Cassazione nel 1953.

Rolando era innocente e fu ucciso «per odio verso la Chiesa, con l’obiettivo di eliminare un efficace ostacolo alla penetrazione della propaganda comunista nella gioventù della zona di San Valentino». L’accusa di spionaggio era dunque strumentale, perché se fosse stata vera il seminarista sarebbe stato rinviato al Comando superiore di Farneta, secondo le norme della giustizia partigiana.

Ventitré anni, la condanna inflitta a Giuseppe Corghi e Delciso Rioli, detto Narciso, rispettivamente commissario politico e comandante del Battaglione Frittelli. Ma sedici anni e tre mesi furono condonati per l’amnistia ai crimini di guerra. Così gli assassini tornarono presto a condividere le stesse strade della famiglia Rivi. I desideri di odio e di vendetta da parte di Roberto Rivi si assopirono presto con la preghiera, sostenuta dal ricordo del sacrificio del figlio, come ebbe modo di confessare egli stesso nel testamento spirituale. Sull’altro fronte, Delciso Rioli, nel 2004 ammise la gravità della sua omertà: «Se avessi arrestato gli esecutori, il Comando li avrebbe fucilati ma io non ne restavo il responsabile in qualità di comandante. In questo modo mi assumevo la paternità di un delitto che non avevo commesso». Materialmente no, moralmente sì.

La genuina testimonianza cristiana di Rolando fu dunque l’unica ragione dell’omicidio. Eppure la sua storia è rimasta quasi sconosciuta fino a pochi anni fa. Il primo a ridare notorietà al caso fu san Giovanni Paolo II, che ricordò Rolando durante la visita pastorale a Ferrara nel 1990. Persino il cardinale Camillo Ruini, nato a Sassuolo qualche settimana dopo Rolando, ha ammesso di non aver mai saputo nulla di lui se non in tarda età, nonostante sia entrato in seminario 4 anni dopo l’assassinio del giovane. «A quei tempi regnava un po’ di paura a parlare di certe cose», ha testimoniato don Pietro Ganapini a la Libertà, il settimanale di informazione della diocesi di Reggio Emilia. Nel 1943 don Pietro aveva quindici anni, un anno in più di Rolando, che incontrava spesso, pur alloggiando in una camerata diversa. «Me lo ricordo bene, come se lo avessi qui davanti agli occhi, con quel cappello leggermente di traverso, il volto sereno, limpido, trasparente e con la sua inseparabile veste talare come usavamo allora, come lo si vede tuttora nell’immagine che direi classica». Si tratta dell’unica fototessera disponibile del Servo di Dio, trasformata in una gigantografia in occasione della cerimonia di beatificazione.

Nato il 7 gennaio 1931 da genitori contadini, secondo di tre figli, Rolando entrò nel seminario vescovile di Marola (Carpineti, Reggio Emilia), ad ottobre 1942, dopo aver terminato le scuole elementari. «Rolando era vivace e svelto in tutti i giochi, a calcio e pallavolo, contagiava gioia e ottimismo. Era l’immagine perfetta del ragazzo santo, ricco di virtù», ha ricordato don Pietro, suo compagno di seminario. Nel giugno 1944 aveva abbandonato il seminario a causa dell’occupazione dei tedeschi, quando Rolando frequentava la seconda media. Così era rientrato a casa nel Poggiolo, ma Rolando non aveva mai smesso di sentirsi un seminarista. Continuò a indossare la talare, da cui non si separava mai nemmeno per giocare, a costo di perdere i bottoni.

La straordinarietà del ragazzo non era certo passata inosservata agli occhi di chi temeva che quelle doti potessero essere spese per una causa contraria a quella dell’ideologia comunista. La parrocchia fu per Rolando la naturale prosecuzione del seminario. Da anni era già tra i più attivi collaboratori di don Olinto Marzocchini, l’arciprete di San Valentino, rappresentante della Chiesa locale e modello di vita per il piccolo Rolando. Serviva spesso la messa e in paese era conosciuto. La scelta di diventare sacerdote era manifesta, personale e fu confermata fino al martirio. Rolando non ebbe bisogno di una consacrazione per sentirsi già parte di Gesù, come confermò ai genitori che avevano intuito che l’odio dei partigiani comunisti verso i preti avrebbe potuto metterlo in pericolo. «Non voglio togliermi la talare, non faccio nulla di male. Studio da prete, è il segno che sono di Gesù». Per usare le parole del vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca, «Il legame con l’abito talare è ciò che di più importante ha lasciato, perché è una cosa piuttosto inconsueta per un ragazzo di quella età. Per lui significava dichiararsi di Gesù di fronte agli altri». Non è dunque un caso se i carnefici ne fecero oggetto di violenza, facendola poi ritrovare appesa ad un casolare vicino al luogo del delitto.

Oggi il corpo di Rolando riposa sotto l’altare principale della Pieve di San Valentino. Il 29 maggio 1945, un folla commossa accolse le spoglie del piccolo Rolando nel cimitero del paese.

A distanza di 71 anni, Rolando è diventato un modello per le giovani generazioni, non solo di ministranti e seminaristi. «Quanti giovani di 14 anni oggi hanno davanti agli occhi questo esempio. Un giovane coraggioso che sapeva dove voleva andare», è stato il ricordo di papa Francesco all’Angelus del 6 ottobre 2013. Così il martirio di Rolando si è trasformato da un pugno dell’odio ideologico dell’uomo, a una carezza di Dio, che continua a sfiorare il volto di milioni di persone.

Alessandro Giuseppe Porcari

@paceinterra_it

Leave a Reply