Crac Banca d’Etruria: si impicca un pensionato

Un pensionato, 110mila euro di risparmi e l’azzardo di investirli tutti in obbligazioni subordinate della Banca d’Etruria, un istituto destinato al fallimento.  Poi arriva il decreto salvabanche e gli dà il colpo finale: azzerato l’investimento.

È la storia di Luigi D’Angelo, ex operaio dell’Enel, trovato impiccato alla ringhiera della sua abitazione di Civitavecchia, lo scorso 28 novembre. Un calvario iniziato dopo una telefonata della Banca con cui gli hanno proposto l’investimento ad alto rischio. Aveva fatto di tutto per disinvestire i suoi risparmi, ma ormai aveva firmato.

Migliaia di investitori hanno perso i propri risparmi investendoli in obbligazioni subordinate della Banca d’Etruria, il cui vicepresidente era il padre dell’attuale ministro Elena Boschi, regista della riforma della Costituzione. Da un comunicato congiunto di Banca Etruria, CariChieti, CariFerrara e Banca Marche (la quattro banche fallite e salvate dal decreto del governo), sappiamo che i possessori di obbligazioni subordinate sono 12.500. Investitori che hanno rischiato, sperando in un salvataggio pubblico, oppure non conoscevano effettivamente la natura del prodotto comprato? Se fossero stati consapevoli del rischio, potremmo considerarli come i giocatori di un casinò. Se invece così non fosse, la Banca d’Etruria rischia una class action, un’azione collettiva degli investitori, che porterebbe facilmente l’istituto alla definitiva chiusura.

Matteo Renzi, presidente del Consiglio, dà la colpa all’Europa, che ha imposto le regole del decreto salvabanche, ossia l’azzeramento del valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate. Vediamo allora cosa chiede l’Europa agli istituti di credito che propongono investimenti ai risparmiatori. Si tratta della direttiva 2004/39.

Si legge: «Le imprese di investimento chiedano al cliente o potenziale cliente di fornire informazioni in merito alle sue conoscenze e esperienze in materia di investimenti riguardo al tipo specifico di prodotto o servizio proposto o chiesto, al fine di determinare se il servizio o il prodotto in questione è adatto al cliente».

Detto altrimenti, la Banca d’Etruria ha considerato l’investimento di 110 mila euro di un pensionato di 68 anni, ex operaio, un prodotto “adatto al cliente”. La direttiva impone inoltre agli Stati membri che «le imprese di investimento agiscano in modo onesto, equo e professionale, per servire al meglio gli interessi dei loro clienti» e che le informazioni fornite siano «corrette, chiare e non fuorvianti».

E qui nascono i dubbi. Banca d’Etruria, sull’orlo del fallimento, ha proposto a decine di migliaia di investitori l’acquisto di obbligazioni subordinate, prestando soldi alla Banca e ricavando in base al valore della Banca stessa (prossimo allo zero). Sapevano certamente i dirigenti di Arezzo che la direttiva europea considerava quei prodotti finanziari una fonte fondamentale in caso di salvataggio.  Poi è arrivato il decreto del governo italiano, dove siede il ministro Maria Elena Boschi, figlia dell’ex vicepresidente della Banca. E il cerchio sembra chiudersi alla perfezione. L’istituto toscano avrebbe fatto di tutto per autofinanziare il proprio salvataggio con i soldi di migliaia di investitori.

Tutto un caso? Imprudenza collettiva? Intanto il commissario europeo ai servizi finanziari Jonathan Hill precisa che le banche italiane salvate dal decreto (oltre Banca d’Etruria ci sono CariChieti, CariFerrara, CassaMarche) hanno venduto «prodotti inadatti». Una dichiarazione che sembra confermare i nostri dubbi.

Occorre un’inchiesta che chiarisca come e quando le obbligazioni subordinate sono state proposte e sottoscritte. I consumatori e gli elettori hanno diritto di sapere.

 

Alessandro Giuseppe Porcari

@paceinterra_it