Il ritorno del genocidio armeno

Ermeni Soykirimi, il genocidio armeno. Nel giorno in cui la Chiesa ricorda l’incredulo Tommaso che mette il dito nel costato del Risorto, Francesco mette il dito nella piaga degli armeni. Una ferita viva e ancora sanguinante perché la Turchia ha sempre fatto tutto il possibile per nasconderla, piuttosto che curarla come ha fatto la Germania per le deportazioni naziste.

Genocidio, la parola che i turchi non vogliono sentire, rimbalza su tutti i mass media, pronunciata da un Papa, durante una celebrazione liturgica, dal pulpito di San Pietro, in presenza della comunità armena. Un mix che dà un’ufficialità che è simile ad una sentenza. Non è la prima volta che un Papa riconosce il genocidio armeno. Lo aveva già fatto Giovanni Paolo II il 9 novembre 2000, una dichiarazione congiunta con il patriarca armeno Karekin II, che scatenò proteste ufficiali. Il contesto tuttavia era completamente diverso: non c’erano gli smartphone, non erano nati i social network per condividere notizie, non c’era la diretta televisiva di una messa domenicale e pasquale seguitissima, non ricorreva il centenario del genocidio. Così per la prima volta il Papa annuncia al mondo la verità storica del sanguinoso passato. Ciò che 14 anni fa doveva essere letto tra le righe, oggi è stato sbattuto sugli schermi di tutti i turchi.

Per un secolo la Turchia ha mistificato fotografie, testimonianze, libri, fin quando la diplomazia del silenzio ha ceduto. I quotidiani turchi ricordano Francesco come il primo ospite ufficiale della faraonica residenza voluta dal presidente Erdogan nella capitale Ankara. 1150 stanze, una cordiale accoglienza che il Papa avrebbe potuto ricambiare con anni di rinnovato silenzio. Invece Bergoglio ha deciso di rovesciare il banco nel tempio dell’omertà, provocando la reazione del governo Erdogan: «Le dichiarazioni del Papa, che non sono fondate su dati storici e legali, sono inaccettabili». Se l’accusa del governo Erdogan è sui dati storici, la logica vuole che inizi un dibattito scientifico, un processo mediatico alla storia, qualcosa che i turchi non avrebbero mai voluto e che ora Francesco ha scatenato.

L’Articolo 301 del codice penale turco vincola la libertà di espressione: non è possibile riconoscere il genocidio armeno. Tra gli episodi più tristi, non può essere dimenticato il giornalista armeno Hrant Dink, condannato nel 2005 a sei mesi di reclusione; 2 anni dopo, la condanna a morte arrivò per mano di un folle nazionalista: tre colpi di pistola alla gola.

Parlare di genocidio è un’offesa all’identità nazionale turca, un tradimento. Eppure, grazie a Francesco, quello di cui nessuno poteva scrivere, l’Ermeni Soykirimi, ora è su tutti i giornali turchi. Nei loro siti la notizia del Papa è tra le più lette: il Papa scatena un terremoto e fa scandalo. Su Twitter è un rincorrersi di commenti, spesso sarcastici contro il Papa “padre degli armeni”.

Tutto lascia credere che siamo solo all’inizio di una fase politicamente e socialmente durissima. Ora che tutti sanno che i cattolici ufficialmente riconoscono il genocidio, in Turchia possono essere facili bersagli. Basterebbe chiedere ad un cattolico turco cosa ne pensa delle parole del Papa per creare le condizioni giuste per la persecuzione.

«L’Europa ha massacrato gli africani e non parlano di genocidio», ricordano in molti a Istanbul. I massacri fatti durante le guerre coloniali sono un paragone non accettabile, perché gli armeni furono cacciati da tutto il territorio turco, senza nessuna distinzione: donne, bambini, anziani. La scelta contro gli armeni fu razziale e ideologica: la diversa etnia, la fede cristiana, la presunta complicità con i russi. La morte di oltre un milione di persone liberò ricchezze per i turchi, una “soluzione finale” che fece scuola: Hitler imparò come sterminare un popolo e come insabbiare le prove.

Francesco ha messo il dito nella ferita armena con un capolavoro mediatico. La notte tra il 23 e 24 aprile del 1915, il governo ottomano diede inizio alla persecuzione degli armeni. Mancano pochi giorni al 24 aprile 2015, giorno in cui sarà ricordato ufficialmente il centenario del genocidio. Sarà un grande giorno se dalla comunità internazionale dovesse venire un invito a Erdogan: chiedere scusa e fare pace con la Storia.